La via ferrata
Tra gli argini su cui mucche tranquillamente
pascono, bruna si difila
la via ferrata che lontano brilla;
e nel cielo di perla dritti, uguali,
con loro trama delle aeree fila
digradano in fuggente ordine i pali.
Qual di gemiti e d’ululi rombando
cresce e dilegua femminil lamento?
I fili di metallo a quando a quando
squillano, immensa arpa sonora, al vento.
Analisi a cura di Alberghina Antonella
La via ferrata, lirica facente parte della raccolta Myricae di G. Pascoli, pubblicata per la prima volta in occasione delle nozze del suo amico Severino Ferrari, si snoda in un’immagine femminile di progresso alquanto minacciosa.

La prima strofa descrive l’avanzare imminente, in un ambiente idilliaco, di una creatura bruna che brilla, la modernità, che conserva in sé la radice del vecchio e della tradizione nel suo colore scuro e palesa all’esterno il seme del nuovo nella sua avida lucentezza.
Segue la descrizione dei suoi capelli, trame di fili che si espandono decisi e ugualmente dritti ( non morbidi come quelli della figura materna) nell’atmosfera argentea del paesaggio aereo, azione vista come interruzione della naturalezza del rapporto familiare originario.
Continua la sua avanzata con la ricerca di attenzione attraverso urla e gemiti che crescono e scemano, atteggiamento ambiguo e antitetico che spezza l’equilibrio e sposta tutto su un piano incerto. Infine, la sua sonora invadenza viene in parte mitigata dall’accordo con la tradizione, in un’immagine più materna della donna, un’arpa sonora, che spazza via la precedente, minaccia della distruzione della naturale pace del nucleo familiare.
Il progresso e la modernità, così come l’universo femminile, in Pascoli acquistano spesso una valenza simbolica di “tremendum”, perché, e gli uni, incombendo con i loro molesti stridori sulla naturale armonia del paesaggio, e l’altro, sconvolgendo il rapporto uomo-donna originario ( quello all’interno della famiglia con la madre e con le sorelle), segnano un non ritorno alle origini sia sociale che familiare.
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